lunedì 31 marzo 2014

I PESCATORI DI PERLE AL TEATRO REGIO


   
 C'è poco da stare allegri. al Teatro Regio per Les Pecheurs des Perles di Bizet alcuni palchi e poltrone sono rimaste vuote. Segno che la crisi se prima bussava alle porte, ora le ha spalancate mettendo in forse anche il Verdi Festival per gravi inadempienze verso le maestranze così come è dato sapere da comunicati  dei sindacati.
"Meno lustrini" si è sentito dire in giro. Meno di così si muore.
La Forza del Destino sia con Noi.


Ma speriamo bene perchè si è notata la presenza di molti cinesi non si sa se per copiare, per sponsorizzare o eventualmente per patteggiare eventuali tournées in Cina. Che sarebbe un grande colpo per il Teatro Regio.
Una curiosità. entrando in Teatro sono stata affiancata da una ragazza orientale che mi ha fatto un radioso sorriso al quale ho risposto (pensando di fare la spiritosa) con un Sayonara.
"Sayonara, anche se sono cinese" mi ha risposto ridendo in perfetto italiano.
"Vabbè con gli occhi a mandorla per noi, cinesi e giapponesi, siete tutti uguali. (Vedi la fusione con i Ristoranti!).
"Ah grazie" ha chiuso con un inchino e un sorriso a 360 gradi facendomi pensare che verso il Sol Levante i cinesi abbiano ancora un complesso di inferiorità non avendo raggiunto a livello tecnologico lo stesso grado di export mai raggiunto con le cineserie.

Chissà forse vogliono puntare sull'arte avendo già raggiunto buoni risultati con il cinema. Vedremo gli sviluppi anche se I Pescatori di Perle andato in scena ieri sera non sono molto rassicuranti nonostante l'Opera di Bizet come spettacolo sia piaciuta molto.
L’allestimento infatti era molto accattivante con un fondale di onde in movimento e un primo piano di sabbia bianchissima come solo si può vedere in Costa Smeralda se non fosse stata per la grossa testa statuaria posata nel secondo tempo a rappresentar una location indiana, isola sperduta nell’Oceano dove riti tribali erano ancora in vigore con la vergine-sacerdotessa adorata con una grossa perla al collo purchè restasse pura senza conoscere l’amore di un uomo né sentimentalmente né carnalmente onde proteggere i pescatori dalle ire degli Dei.

Purtroppo al cuor non si comanda per cui la fanciullina più che divina voleva diventare donna.
Ma come Diva e Donna non c’era il benestare del grande Capo che comunque poi si inteneriva di fronte all’amore puro dei due giovani innamorati tanto da farli fuggire per vivere la loro storia a costo di tradire il popolo. Le perle si sa non portano bene secondo la tradizione rom per cui si presume che i due giovani andranno a peregrinare da un’isola all’altra senza trovar un punto fermo. La conferma ci viene dalla storia contemporanea con la grossa perla “Peregrina” donata da Richard Burton a Liz Taylor, indimenticata Cleopatra, che non portò fortuna alla loro unione.

Qualche perplessità è sui costumi di scena con le ballerine blu-navy come se l’Isola fosse una sorta di Avatar con l’intento forse di innovare l’opera scenica con collegamenti al cinema dove l’Opera e il balletto sono da tempo sbarcati. Senza molto successo a dire il vero perché lo spettacolo Live è sempre preferito. Non ci resta che sperare nella felice risoluzione del problema maestranze e una pioggia di sponsor sul prossimo Verdi Festival a fare da attrattiva anche turistica visto il segnale dei numerosi cinesi paganti in platea dalla quale sembravano invece spariti i Tedeschi.
La politica antieuropeista fuori-marco  comunque non paga, né tanto meno l’esclusione del Bolshoji e Teatro Marinskij dal Cartellone Parma Danza del prossimo mese di maggio tutto all’insegna del francesismo con l’Operà di Parigi in primis e a fare da contorno le Scuole di Danza junior della Toscana e Ater Balletto di Reggio Emilia.
Anche se sono scuole di eccellenza non hanno il richiamo di quelle Russe, a meno che non si acquisisca come sponsor la Maison Chanel. Mai dire Mai. Piripiriiiiii….! .

CHARLOTTE E KATE DUE STILI A CONFRONTO.





CHARLOTTE E KATE DUE STILI A CONFRONTO




    

Al matrimonio di Charlene e Alberto di Monaco tutti gli occhi erano puntati su Charlotte Casiraghi quando ha letto il discorso per gli sposi, nominando spesso la parola Amour detta con quel delizioso accento francese e la boccuccia posizionata a cuore.
Perché le sue labbra carnose e piene in modo naturale di Charlotte sono quelle di un bocciolo in fiore che invitano a quell’amour così bene da lei pronunciato, deliziosa ed elegante nel vestito bon bon color confetto rosa tutto a balze mosse soltanto da un fiocco nero come ornamento che faceva pendant con la veletta al volto.
Una raffinatezza che metteva in risalto tutta la classe innata di un’Altezza Serenissima che nel suo piccolo sa distinguersi da tutti i regnanti d’Europa.  Non per niente è figlia di Caroline la principessa icona di eleganza per eccellenza. 



Madre e figlia ci hanno risparmiato, e per questo le ringraziamo, i cappellini stravaganti stile Ascott adottati da Kate per ogni occasione ivi compresa quella della recente visita in Canada dove giustamente è stata fischiata perché con quella sorta di cresta rossa  in testa  e l’abito bianco sembrava proprio una gallina, diciamolo. Principesse si nasce e Kate non lo nacque, ma si sta facendo. Alla grande questo va detto perchè lo stile Kate è diventato inappuntabile tanto da rendere orgogliosa e fiera anche la Regina che le ha dato in prestato una collana preziosa per una serata mondana.
Invece per Charlotte la strada più battuta è l’asse Parigi Montecarlo sulla quale ha viaggiato sempre molto sicura senza clamori ma con tanta classe. Quella che ha affascinato tanti stilisti che la vorrebbero come musa.
Charlotte ha scelto Frida Giannini per la Maison Gucci  per fare da testimonial in una serie di capi sportivi del ramo equitazione dove la principessa è campionessa avendo vinto molte gare. I capi vanno dalle polo agli stivali, dai pantaloni ai berretti da fantino che fanno da corredo per andare a cavallo. 


Uno sport praticato da pochi eletti perché se gli appassionati potrebbero essere numerosi, le scuole di equitazione sono costose e scarse.
A volte anche poco accativanti perché le location sono poco invitanti per le cavalcate salutari e romantiche.
Per galoppare non solo  per sport ma anche per “l’amour”, come dice Charlotte con quell’accento…delicieuse!

LE FICTION TV SON COSE DI DONNE


Le protagoniste delle fiction tv inseguono tutte l’infelicità come destino ineluttabile.
Eppure ci danno che ci danno, ma non sono mai contente.Son cose!
I ruoli infatti son sempre gli stessi dove sembrano abbiano sempre le loro cosette.

Invece del principe azzurro aspettano il Marchese che vada a castigarle di brutto umiliandole, calpestandole e possibilmente violentandole sia a destra che a manca. Manca qualcuno? Pronti il branco è dietro l’angolo per completare l’opera santificando l’eroina che fra calde lacrime riesce anche a tirare un sospiro di sollievo.
Quando ci dà con il protagonista? No, quando lui ci dà con un’altra. Purtroppo lo fa pensando sempre di tornare al nido anche se indisposto.

Non tanto perché lui sia pervertito quanto piuttosto perché di nome fa Marchese. Per cui tutto va ben Madama la Marchesa anche se la fiction brucia senza lasciar memoria alcuna essendo regolarmente tutte
uguali sia in RAI che in Mediaset.
Son le regole da fitcion!  

CHARLOTTE GAINSBOURG, LA PIU' TRASGRESSIVA


CHARLOTTE PARTE PRIMA
I genitori sono due star, ma lei è sempre stata un anatroccolo dallo sguqrado triste e sorriso abbozzato.
Non bella eppure con quel qualcosa dentro che si percepiva come grande talento, quello di Charlotte Gainsbourg attrice francese figlia di Serge e Jane Birkin.
Un primo tocco tangibile lo avevamo avuto con la sua partecipazione importante a un film dei fratelli Taviani, Il Sole anche di Notte, in una  breve e significativa apparizione che anticipava il suo percorso di successo paranormale: nel ruolo di un’indemoniata doveva essere esorcizzata da un monaco eremita che alla visione del suo corpo nudo andava in confusione.
 E a ragione perché Charlotte era di una bellezza sfolgorante piena e soda che contrastava assai con i viso scavato e severo privo di qualsiasi buffetto malizioso.
Non era il ruolo di una ragazzina che voleva giocare ma quello di una persona che “lo esigeva” imperiosamente. Aveva colpito soprattutto un regista come Franco Zeffirelli che l’ha poi voluta come protagonista di Jane Eyre imbruttendola ancora di più per esaltare  la sua immagine severa, dignitosa, altezzosa e fiera nonostante l’umile condizione di persona di servizio.
Che conquistava il cuore del padrone perché nonostante le bellissime donne intorno sentiva solo con lei una familiarità naturale.
Charlotte ne usciva vincente come attrice, ma come donna non sembrava mai sbocciare perché restava single senza storie importanti o nidiata di figli da allevare 8status che ultimamente caratterizza la grande star) da interpretare come una ribellione al sistema, accompagnato da un inconscio rifiuto di crescere.
Il tempo per lei sembrava essersi fermato stante il fisico da ragazzina che tutt’ora si ritrova  e che molto probabilmente è da imputare al fatto di aver perso improvvisamente quando era ancora adolescente, il padre Serge da tutti considerato un mito.
Un lutto doloroso che evidentemente non ha mai elaborato, portandosi stampato sull’espressione del viso quella sottile vena di di malinconia che l’ha portata a scegliere un film difficile come L’Antichrist del regista Lars Von Treer (The Others) con il quale ha vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes 2009.
Il film è tremendo e spaventoso ma lei, la piccola Charlotte, riesce ancora una volta fra invasati e indiavolati , ad emergere con tutta la potenza della sua carica erotica in una scena hot con il partner Willem Dafoe.
Poche sequenze ma di intensità pari alla disgregazione di un atomo con tutti i suoi effetti collaterali devastanti , ivi compresa la perdita di un figlio causa disattenzione per intenso infoia mento.
Quello che in apparenza può sembrare un film allucinante e in totale disprezzo delle donne, in realtà nasconde un nessaggio positivo che tutte le donne dovrebbero percepire per non mettere in pericolo il futuro del pianeta: la maternità di una donna dovrebbe rappresentare un momento di sacralità intrisa di amore e e generosità in cui il figlio ha la priorità sopra la carriera e le soddisfazioni esibizioniste e fisiche.
Perché la maternità è sacra in quanto dono e custode della vita umana. Charlotte si è affermata così come grande attrice tanto che il regista Lars Von Treer l’ha voluta per il secondo film con tematiche ambientali legate all’avvicinamento di Pianeti e relativi influssi sulla psiche umana..
 CHARLOTTE PARTE SECONDA
Dopo due anni Lars Von Trier è tornato a Berlino pacifico e serafico nonostante tutte le polemiche che aveva suscitato alla presentazione del film Melancholia. Il quale aveva vinto e dato l’occasione al regista di proferir parole di comprensione verso Hitler.
Una trovata pubblicitaria di pessimo gusto, che la Germania ha fatto presto ad archiviare, dalla quale si era dissociata apertamente una delle protagoniste Kirsten Dunst pur accettando il premio, mentre l’altra Charlotte Gainsbourg nemmeno si presentava alla cerimonia.
Causa lo stato di gravidanza era il motivo ufficiale ma tutti pensarono a un forte dissenso con il regista.
A pensar male si fa peccato perché Charlotte Gainsbourg era ben lungi dal dissentire in quanto interessata alla partecipazione del terzo film che il regista stava per partorire.
Così col doppio parto è fuoriuscita l’opera Nimphomaniac presentata a Berlino senza troppo clamore se non fosse stata pubblicata la foto shock di Charlotte insieme a due negroni nudi.
Ce n’era bisogno per la sua carriera. Se la firma è Von Trier tutto può essere giustificato anche se il film viene tacciato come porno.
Infatti l’ambiente nel quale si dipana la storia è quello torbido delle esperienze trasgressive porno-sado-maso nei quali molti e anche donne ambiscono  esplorare non tanto virtualmente quanto di persona con contatto carnale magari arricchito da porno gadget.
Con questi due maschioni non pare ce ne sia bisogno in tutti i sensi ivi compresi quelli degli spettatori che sono solleticati nella curiosità di vedere due mandingo all’opera con un’attrice dal fisico di una ragazzina.
Già qui si capisce che è tutto finto ma tant’è che l’effetto è quanto mai morboso. J’ai T’aime o oui je t’aime…!
Sì sono finiti quiei tempi dove il sospiroso sussurro di Jane Birkin e Serge Gainsbourg, genitori trasgressivi di Charlotte, facevano eccitare le coppie abbracciati stretti stretti sulla mattonella della pista da ballo. La piccola Charlotte ha oluto andare oltre togliendosi quiei panni di severa istitutrice del film Jane Eyre che tanto aveva colpito l’immaginario facendo commuovere gli spettatori perché la firma era di Franco Zeffirelli un regista capace come nessuno di toccare le corde delle emozioni con le sue protagoniste tutte all’insegna della tragica Giulietta pervasa di ardente amore puro e fedele fino all’eternità.
La trasformazione di Charlotte era già iniziata con il trhiller horror L’Antichrist che evidentemente non era stato abbastanza shoccante perché con Nimphomaniac ha osato l’inosabile perché il mondo del sesso promiscuo nasconde molte insidie, alla cui base c’è sempre un impulso violento che può sfociare nel dramma fino ad arrivare alla tragedia.
Il film è stato pubblicizzato in maniera curiosa e imbarazzante facendo un mixage di serie orgasmica di tutti gli attori che si sono prestati in quella  simulazione già vista al ristorante  con Meg Ryan nel film Harry Ti Presento Sally: “Ah ah ah ah ahaaaaaaa!” facendo sgolosare tutti gli astanti. Il pubblico oggi è più sgamato e dunque il rischio di Nymphomaniac è quello di scivolar in un concerto porno-comico al quale inevitabilmente si uniranno le pernacchie degli spettatori specie quelli abituati a vedere i video porno.
Forse il messaggio è proprio quello di un futuro fatto di sesso senza amore. E dunque simulato in tutte le pose trasgressive pur di raggiungere il piacere sessuale ormai dissolto nel nulla.
Insomma un mondo senza amore e senza piacere né della carne né della gola trovando rifugio solo fra le piante e la natura. Un Mondo di Melancholia.
 


domenica 30 marzo 2014

KATHERINE,LA PRIMA AMERICANA REGINA D’AFRICA.



Ci sono donne che si sentono a loro agio solo in pantaloni. Hillary Clinton è una di queste, ma anche fra le star ci sono tante cultrici di questo genere. A lanciarlo è stato Marlene Dietrich portandosi dietro anche l’aura di lesbica, seguita da Greta Garbo pure lei sul genere, e poi da Katherine Hepburn,. Quest’ultima, rigorosamente etero, era dotata di una femminilità appassionata e nervosa che esaltava con un look classico di gonne e camicette un po’ maschili alternato ai pantaloni con disinvoltura e sempre a suo agio in entrambi i casi. Per la sua classe innata le venivano affidati ruoli in commedie brillanti facendo coppia con il bellissimo Cary Grant. Ma la sua accoppiata vincente l’ha formata con Spencer Tracy, attore diversissimo da tutti quelli con cui aveva lavorato. Come dire che dopo tanti fichissimi aveva trovato il rospo. E dopo il bacio ecco sbocciar il principe: non bello ma dotato di una calma e un savoir faire rassicurante che lo rendevano decisamente sexy.
E la signorina Hepburn era sensibile al suo fascino erotico, tanto che diventò sua amante accettando di restare nell’ombra della sua vita reale. Lui infatti era sposato con un figlio che aveva dei problemi per cui non si sentiva di divorziare da una moglie casalinga e dipendente da lui.. Katherine accettò la situazione accontentandosi di fare coppia fissa e regolare con lui solo sullo schermo. Con il quale girò parecchi film facendo qualche eccezione  fra cui una piccola parentesi (a dire il vero superba)  con Hamphrey Bogart con cui girò “La Regina d’Africa” tutto ambientato su un vecchio barcone con stantuffo e ciminiera: lei nel ruolo di una attempata suffragetta mistica e lui in quello di un vecchio duro e coriaceo fecero scintille in un duetto che, partito fra toni aspri e battibecchi, finiva in una liaison romantica e idilliaca.
Ma il sodalizio con Spencer durò fino alla fine forse perché lei gli rimase sempre fedele trasformando il loro rapporto in un grande amore. Dimostrato in maniera sublime con l’ultimo film girato insieme Indovina Chi Viene a Cena dove, nella parte di una matura e benestante coppia, ricevono la figlia con il fidanzato di colore, impersonato da Sidney Poitiers. Fecero dunque in tempo a chiudere il loro sodalizio con questo film illuminato, di rara sensibilità e intelligenza per implicazioni sociali di apertura verso la razza nera. Un film che fece molto discutere e che servì a sdoganare, con l’ingresso di un nero in una casa ricco borghese  accolto a braccia aperte, anche tutti gli altri attori di colore a cui vennero affidati ruoli di protagonisti in films, fino ad arrivare al premio Oscar Denzel Washington. Non solo al cinema ma anche in Tv cominciarono a fiorire tante serie ambientate in case di colore come I Jefferson o i Robinson passando dal piccolo Arnold diventato il beniamino di tutti. Un lungo percorso che ha spianato la strada a Casa Obama finendo direttamente alla Casa Bianca. Chi l’avrebbe detto che un nero avrebbe governato l’America?
Barack Obama Hussein, per la precisione, come da lui stesso “corretto” dopo le elezioni: lui ci tiene a sottolinearlo per ribadire le sue radici “afro-musulmane”, di matrice bianca (come la madre ormai deceduta). Meditate gente…meditate…
Al suo fianco c'èMichelle. Che porta i pantaloni, a ribadire il suo ruolo di Regina madre. Sì ma d’America perchè stranamente dell'Africa sembra aver perso la memoria visto il disinteresse fino ad ora dimostrato per i Paesi del Terzo Mondo.

CURIOSANDO LIFE

http://life.time.com/curiosities/tax-day-vintage-photos-of-miserable-taxpayers/?iid=lf%7Clatest#1

MAGGIO TEMPO DI SPOSE


LA SPOSA SI ISPIRA A BLACK SWAN E A KATE DUCHESSA DI CAMBRIDGE.
 .

















La nuova moda per la sposa  è un tripudio di pizzo valenciennes color bianco. Questi modelli sono creati da Alexander McQueen lo stilista di Kate Middleton. Pizzo a gogò dagli abiti, a decorar la torta e le coulotte.








 Ma il pizzo è accompagnato dalle piume di cigno a decorar cappellini e bustier ispirati al film Black Swan che, se gli è stato aggiudicato l'Oscar 2012, per gli anni a venire continua a far tendenza nel look in cui si esprime al meglio. L’abito da sposa infatti si presta moltissimo a scatenare la fantasia in nuvole di tulle e piume che volano fra pizzi e merletti dei bustiers e giarrettiere.

Il pizzo Valencienne in versione nero (come una sorta di blak swan) è stato lanciato sempre da Kate Middleton che lo ha sfoggiato alla prima di War Horse e poi adottato da tutte le star per eventi monani e red carpet.
A tutt'oggi lo vediamo anche sulla principessa delle Asturie Letizia Ortiz.



   

ELLEN MIRREN THE QUEEN CONCEDE IL BIS


Ellen Mirren ci riprova: dopo la prova di The Queen nei panni della Regina Elisabetta che le era venuta così bene nel modo di porgersi compresi i tic del giocherellar con occhiali e penne o nel  dare sfogo alle emozioni solo quando si sentiva sicura di non essere spiata da valletti dame di compagnia o dal Principe Filippo. Il quale pur restando sempre a un passo indietro in realtà si voleva intromettere in ogni questione anche senza essere interpellato.La Regina è una sola, al massimo ha regnato in  duetto con la compianta regina-madre (sua preziosa consigliera), ma in ogni circostanza  è soltanto lei a decidere, tanto da non dividere nemmeno la camera da letto col marito principe consorte.

Nel film The Queen tutto questo è  stato ampiamente illustrato con in sottofondo la tragedia della principessa Diana e gli intrighi di Blair e sua moglie Claire per ricevere il permesso del funerale di Stato.
“ Ma non è più un’altezza reale” frenava invece la regina facendo intravedere quanto fosse legata al protocollo di Corte seguito nei secoli e millenni per regnare sul popolo.
Il quale è diventato sempre più felice di vedere l’imborghesimento della famiglia reale con l’introduzione a Palazzo di tanti commoner per convolare a nozze con rampolli del nobile casato come se ogni reale fosse “uno di noi”.

La Regina invece non fa comunella con nessuno avendone abbastanza dei Paesi del Commonwealth che ha girato in lungo e in largo pensando di passare la Corona a chi sappia fare altrettanto. Per il momento in testa c’è il principe Carlo il quale ha girato quasi quanto la Regina essendo ormai diventato  anziano come lei.
Insomma, a parte la parentesi della principessa Diana, che per fortuna (per Elisabetta) William e Kate stanno mettendo in ombra per brillare come la coppia reale più bella del mondo, la Regina d’Inghilterra piace visto il tributo dei suoi sudditi al Giubileo dello scorso anno.
Piace anche per il contributo di Ellen Mirren diciamolo perché con The Queen ha saputo rivalutare la figura di Elisabetta (dalla quale il Popolo sembrava essersi allontanato) specie quando soggiornava a Balmoral rappresentandola come una donna di una certa età molto in gamba che guidava da sola il Suv per le montagne arrivando a commuoversi davanti a un cervo comparso improvvisamente al suo cospetto.
“Nessuno conosce il popolo Brittannico meglio di me” diceva in The Queen Ellen Mirren sicura che dopo i funerali sarebbero tornati tutti intorno alla sua Corona in attesa di ordini.
Infatti tutto è tornato come prima quando ogni primo ministro in carica si recava in udienza a Buckingham Palace tutti i martedì all’ora del te per un colloquio privato.
Questa sfilata viene rappresentata da Ellen Mirren in The Audience, dapprima a Teatro e  tra poco nelle sale al cinema, sempre nei panni della Regina Elisabetta così rivalutata nel ruolo di monarca in linea diretta con il Parlamento pur non presenziando di persona.

Questo per dire che a tutt’oggi la Regina Elisabetta regna sovrana sul Popolo d’Inghilterra anche se le hanno tagliato costi ed appannaggio. Ma il suo potere è rimasto sempre illimitato nei secoli e millenni avendo sotto di lei Scotland Yard ed i Servizi Segreti che la tengono costantemente informata ed allertata sulle mosse della scacchiera mondiale nella quale muovere (o eliminar)  pedine.
Insomma non è una regina anziana che fa tappezzeria a Palazzo anche se cade a pezzi.
Il Palazzo.
Ellen Mirren ce la mette tutta per accattivarsi  l’applauso del pubblico che ovviamente si estende anche alla Regina Elisabetta. A Dio il compito di salvarla, alla Mirren quello di dargli una mano, tanto che  Elisabetta ha voluto conoscerla facendo con lei un brindisi alla loro salute.
Di vecchie Regine.

sabato 29 marzo 2014

ELLEN MIRREN LA REGINA DI MEZZA ETA'


Se il ruolo di mamma non si addice, a una donna non resta che far l’attrice spaziando fra tutte le sfaccettature del femminile nel ricoprire qualsiasi ruolo.Come ha fatto per esempio l’attrice Ellen Mirren che da Fata Morgana poi diventata strega di Excalibur è passata tra numerosissimi ruoli fino ad approdare a far copia conforme alla Regina Elisabetta con il mitico The Queen: l’unico biopic credibile non solo nell’immagine curata con molta attenzione ai particolari del look, ma anche nella forma con la quale Elisabetta II si concede al pubblico e privato perché del privatissimo nulla o poco trapela dal suo entourage che comunque la Regina tiene a distanza non
lasciandosi mai andare nell’esternare il suo real pensiero o le più intime emozioni.


Ellen Mirren pur avendo fatto un percorso importante è esplosa come attrice di mezza età perché dopo il successo di The Queen è stata ingaggiata per tanti ruoli con i quali esprimere la passionalità di persone anziane i cui sensi non sono per nulla sopiti, abbattendo così quel tabù della nostra società che li relega davanti alla Tv per appagare virtualmente ogni desiderio senza consumare nel lettone come facevano in gioventù.

Invecchiando ha mantenuto intatto un forte sex appeal accentuato anche da una recitazione molto franca e tagliente che le dona un fascino virile, un mix indispensabile per bucare lo schermo.
Come fece agli esordi con il ruolo di Morgana bellissima e assetata di potere, altera e invidiosa, determinata a sovrastare i maschi per manovrarli a suo piacere, dopo aver rubato la formula dell’arte del fare al mago Merlino per creare un Dio incarnato nel figlio Mondred che invece la ucciderà una volta scoperta la sua fragilità di donna vecchia e desiderosa di appoggio.
Asvar Attrak Usvan Beton…asvar atrak usvan beton...mancava qualcosa alla formula che Merlino si è ben guardato di darle.
Mancava l’amore perché l’arte del fare se non c’è amore non porta a nulla.


Una lezione della quale Ellen Mirren ha fatto tesoro perché giunta alla mezza età si può permettere di competere in fascino anche con Scarlett Johansson nell’ultimo film sulla vita di Hithcock al tempo della lavorazione di Psyco, dove interpreta la moglie come una sorta di eminenza grigia del grande regista del quale cura sceneggiatura e copioni dei film suggerendo la scelta delle attrici.
Un sodalizio portato avanti dalla sua volontà di emergere scegliendo di farlo con tanto amore verso quel marito del quale aveva intuito il talento.


Nella vita invece la Mirren tutto il suo amore l’ha riservato a sé stessa curando la sua forma e la sua immagine che a tutt’oggi porta al risultato che si vede in foto.

Non male per una donna di età avanzata che si concede anche il vezzo di impugnare un mitra per fare la guerrigliera in qualche Red story a prova di spionaggio. Da Psyco a Spy, da The Queen ad Anziana sexy od eccentrica e trasgressiva (Arthur) passando per Morgana, Ellen Mirren ha stregato tutti arrivando a vivere la mezza età come una Diva imperversando come modella dal look di tendenza con caschetto rosa e abiti di pizzo vedo-non-vedo.
Meglio non vedere dirà qualcuno pensando a quando si toglierà tutto l’ambaradan per mettersi sotto le lenzuola.


Mica vero perché piace ancora molto vederla giocare a letto con il partner come in The Last Station. Sì ma sullo schermo. Che importa, l’importante è fare da sprone a tutte le coppie di una certa età a ritrovar quel vigore del quale avevan perso la memoria per un perbenismo da bella società.






venerdì 28 marzo 2014

IL CAPO DELLA CUPOLA.




Daniele Liotti   è stato protagonista della fiction Tv in onda su Canale.. E’ una storia di mafia ambientata in Sicilia a Corleone che parla dei suoi due principali boss, Totò Riina il capo, e Luciano Liggio il suo luogotenente. Liotti nei panni del carabiniere Biagio Schirò integerrimo, coraggioso e ben determinato a dare la caccia all’amico Totò (essendo nativi dello stesso Paese)  pur essendo anche bellissimo non ha riscosso, e purtroppo lo dobbiamo dire, il  successo di Claudio Gioè  nel ruolo del mafioso Riina.
Il carattere tenebroso, asciutto e violento di quest’ultimo ha fatto maggior presa sugli spettatori che ne hanno evidentemente subito il fascino malefico. Una situazione imbarazzante che ha indotto l’interprete a sminuire la propria performance di boss mafioso per cessare la cattiva influenza esercitata grazie a una convincente e riuscita interpretazione del personaggio, tanto da renderlo più popolare.
 Il cinema è solito fare queste operazioni ambigue, trattando argomenti sulla mafia. Basti pensare alla saga del Padrino dove si sono succeduti il carismatico Marlon Brando, Don Vito Corleone, e poi l’allora giovane Al Pacino, che hanno reso al serial il favore di circondare la mafia di quell’alone di fascino intriso nel potere esercitato con l’illegalità, tramite azioni di forza e di arroganza. Tutto era scritto (e tratto dal romanzo di Mario Puzo) poi tradotto al cinema come storia epica, svolta sul filo teso su un codice d’onore, atto a mitigarne la crudeltà per esaltarne l’eleganza delle azioni criminali, snocciolate col tempismo e la ferocia del vincente, giustificando i massacri come frutto di faide  al sapore di vendetta familiare. Da lavare col sangue, perché sangue chiama sangue.
Brrrr…Da brivido a pensarci.. Eppure il fascino di Al Pacino nei panni del Padrino Michael Cortleone, giovane e affascinante che prendeva decisioni di morte a tavolino con il piglio di un manager “illuminato”, affiancato da un “Consigliori” Robert Duval, che svolgeva gli affari di famiglia con un aplomb in stile Britgish, piuttosto che di bassa delinquenza, hanno fatto presa anche questa volta.
A rendere giustizia alle istituzioni sono poi intervenute le fictions Tv come la Piovra che hanno messo in luce tutta la forza e ragionevolezza del Commissario interpretato da Michele. Placido con una interpretazione appassionata, tragica e accattivante. Operazione riuscita anche con il film, sempre con Placido, Pizza Connection che ha aperto la strada oltre alla Piovra  a quella serie di film iniziata con Palermo-Milano solo andata con Raoul Bova, per poi estendersi a quella sempre sul genere, con Bova, nei panni del Capitano Ultimo. E da ultimo, ma non perché ultimo, come non ricordare il bellissimo film anni 70, trasmesso alcuni mesi fa in Tv su La 7, per la regia di Damiano Damiani, Il Giorno della Civetta, con una conturbante Claudia Cardinale
nel ruolo di Rosa, una contadina a cui avevano ucciso il marito, testimone scomodo in un regolamento di conti.
Era affiancata da Franco Nero nel ruolo del commissario dei Carabinieri che alla fine soccombe, sovrastato da quel potere sotterraneo che si dirama in ogni dove, costretto a lasciare la partita al culmine di una umiliante frustrazione. Descritta in maniera sublime proprio dalla Cardinale, quando chiamata a tavola dai pezzi da novanta tutti mafiosi, lei si siede in disparte e, dopo aver ricevuto l’offerta in denaro per il suo sostentamento, capisce di essere rimasta vedova e porge il piatto con un tono di spregio:”E’ troppo salata”.soffocando in gola l’urlo di rabbia e in tasca il pugno di accusa, manifestando tutta la sua impotenza.
Perché la mafia c’è, ma nessuno la può palpare, nascosta dietro a una rete invisibile di passaparola, dove ogni parola nasconde un significato in codice da decifrare, interpretare, sminuzzare,confrontare  per dedurre e concatenare, per arrivare alla fine a sparare su un bersaglio senza aver mai raggiunto il vero nome del mandante. In cima alla Cupola. Totò Riina e Luciano Liggio sono stati arrestati. La mafia, no. Tutt’ora esiste.

               
                       LE SETTE SATANICHE E MASSONICHE
In Nome del Male è una fiction che parla di sette sataniche svolgendo l'argomento in maniera estesa che va ben oltre le fiction Rai e Mediaset.
Il tema trattato si avvicina di più al cinema, perchè questo argomento era stato sviluppato anche nel film Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick con Nicole Kidman e Tom Cruise,dove c’era una lunga sequenza in cui si entrava in un club esclusivo mascherati e sottoposti a giuramento con rituali liturgici in pompa magna che poi in realtà si concludevano con orge sfrenate, con accoppiamenti omosex e sado-maso eseguiti fra coppie scambiste e single.
Il film è comunque una metafora del viaggio nei sogni e nell’inconscio che due coniugi si trovano a percorrere, dopo aver litigato in un negozio di giocattoli da comprare per la figlia, prima attraverso delle intime confidenze  e poi separatamente con esperienze di gruppo in un vortice perverso a ricordare il girone dell’Inferno di Dante, dove alla fine Alice Ardford (Nicole Kidman) si ritrova a dormire accanto alla maschera inquietante dei rituali satanici che il marito le ha lasciato sul cuscino.
Nel film Uomini che Odiano Le donne il tema è riproposto i
n maniera molto crudele e violenta, da personaggi fanatici e nazisti che non disdegnano di estendere le loro pratiche orgiastiche anche in seno alla famiglia dove si introduce il tema dell'incesto.
Le sette nascono quando c'è qualcuno che si prende troppo sul serio, senza umorismo là dove, con una battuta, invece si risolverebbero tante cose.
Però anche ridere troppo non va bene. Gesù Cristo per esempio non ci è stato tramandato come personaggio divertente.E dunque, fra i suoi seguaci,  c’è chi trova il male proprio nella risata, come nel romanzo e film omonimo In Nome Della Rosa, tanto da arrivare a compiere dei delitti di alcuni frati, solo perchè erano gaudenti.
Anche il regista Roman  Polansky  negli anni ’70 con Rosemary’s Baby approfondisce l’argomento parlando di setta satanica a New York i cui adepti riescono a comprare l’anima di un attore fallito disposto a vendere la moglie, per farla accoppiare con il diavolo, in cambio di una carriera piena di successi. Con un finale commovente in cui, una volta nato il diavoletto posato nella culla, lei (Mia Farrow), dopo un primo gesto di disgusto lo allatta con amore. Come dire che cuore di mamma trionfa sempre. E questo è proprio uno degli esempi eclatanti in cui il senso materno viene preso troppo sul serio se si considerano le recenti cronache in cui donne. in una  sequenza seriale davvero sconvolgente, hanno ucciso i loro figli (la più famosa delle quali è la tragedia di Cogne) dimostrando di intraprendere  la missione materna con troppa leggerezza.
Ma tornando al discorso satanismo, come non annoverare quello più conosciuto anche da noi come le Sette Massoniche, con gli adepti che vengono incappucciati e sottoposti a giuramento solenne? Forse non faranno rituali satanici,o forse sì, ma sono tutti votati, con patti indissolubili, a sostenersi per detenere un Potere. Qui ci si addentra in un campo di professionisti in materia, come poteva (o ancora può) essere la P2 il cui Gran Maestro Licio Gelli è uscito allo scoperto, per essere ossequiato apertamente dalle Istituzioni?
Le altre sette sataniche minori che sorgono, pare, in continuazione sembrano  dei goffi tentativi di imitazione da parte di dilettanti che poi perdono il controllo finendo in un baratro di orrori e di follia (come abbiamo potuto leggere nelle cronache recenti riguardo al processo dei Bambini di Satana). Non che i professionisti siano esenti dall'essere maldestri, ma si sanno gestire meglio (v.Scientology per esempio che non si può definire setta satanica. Ma men che meno cristiana) E' comunque una setta, dalla quale alcuni adepti famosi come John Travolta e Tom Cruise hanno cercato invano di dissociarsi per cocente delusione, stante il manifesto scopo di lucro. Travolta perchè aveva considerato Scientology responsabile della morte di suo figlio, e Cruise perchè ci ha rimesso gran parte del suo patrimonio (comunque aumentato sempre più  proprio grazie al fatto di essere un seguace)



CAZZEGGIANDO E CAVALCANDO IN BICILETTA



CAZZEGGIANDO IN BICICLETTA


Pane amore e fantasia.
C’è un particolare che al giorno d’oggi sta tornando di moda:
Vittorio De Sica con Marisa Merlini caricata  in canna alla bici aveva acceso di erotismo il film più di quanto potessero le moine di Gina Lollobrigica col suo bellissimo e ingenuo carabiniere.




In Due sulla bici infatti raggiunge il massimo dell’esplosione sensuale: la canna sulla quale lei vibra ad ogni buca o sassolino facendole danzare il petto mentre lui dietro è già pronto in posizione, diciamo pure pecorina vista l’ambientazione bucolica è una cavalcata all’unisono che mette il frizzo al Maresciallo. Molto portato di suo comunque.

Difficilmente in Città si vedono accoppiate del genere perché ciascuno è orgoglioso di pedalare sulla propria bici che diventa un oggetto molto personale da non condividere con nessuno perchè rappresenta spesso l’unico mezzo per muoversi specie se la città è a dimensioni umane, cioè a misura d’uomo.
Qualcuno c’è comunque  che azzarda perché la pedalata in due è molto romantica ma anche molto sexy.
Una immagine hot che nulla ha di ambiguo anche se lui è posizionato dietro.
Questo perché lei è già montata in canna!

  









CAVALCANDO IN BICICLETTA.


La bicicletta è uno status symbol tutto maschile per i Paesi Medio Orientali i quali, se concedono alle donne anche col burqa di guidare, non permettono loro di cavalcare la bicicletta. Le straniere che viaggiano sole in bici nei Paesi anche sviluppati  sono spesso molestate dagli uomini ritenendole calde prede da cacci are. Perché per cavalcare lo sellino…bisogna aprir le gambe. Ahi Ahi Ahi che scostumate! Peggio che far vedere il seno,
Un po’ come nei secoli passati quando le donne per cavalcar un cavallo e ritmare con lui al galoppo dovevano sedersi in sella posizionandosi di fianco con le sottanone arrotolate per coprir le gambe rigorosamente accavallate rendendo spesso inevitabile la caduta. Così dal galoppo il ritmo rallentava per andar al trotto costrette a restare in coda alla fila della caccia alla volpe dove venivano raggiunte dal cavalier di turno per un bacio furtivo e galeotto.
Le prime donne a cavalcare il cavallo sono state le argentine delle faziende che indossavano i calzoni in stile gaucho molto larghi e informi scorazzando libere e selvagge nelle pampas, fino ad arrivare agli anni Venti con le nuove maschiette stile charleston che per prime hanno indossato i pantaloni da fantino portate in auge dalla stilista Coco Chanel per poi lasciare il passo al jeans stile cow boy adottato per prima da Liz Taylor, provetta cavallerizza da Gran Premio, nel film Il Gigante, con a seguire tante protagoniste di film western con John Wayne.

Le signore con le crinoline invece dovevano guidare il cavallo con il carrettino da città o da Pionieri mentre la bicicletta restava un mezzo di trasporto per soli uomini quando ancora aveva due ruote una piccola e una grossa.
Poi il mezzo si è stabilizzato bilanciandosi su due ruote uguali che le donne hanno finalmente cavalcato durante il periodo di guerra dovendo arrangiarsi con i mezzi di trasporto ansimando per le strade impervie.
Con le strade asfaltate in biciletta le donne hanno cominciato a viaggiare per le vie della città sfrecciando come delle amazzoni a cavallo, coprendo felici quiei tratti di piazza o di strade coperte da sassi e porfido che danno un tocco intimo a ritmo sussultorio nella zona sellino diventata molto calda tanto da far svolazzare le gonne con la visione delle gambe nude in bellavista. Con i calzoni è meglio: infatti l’aderenza stretta quando si sta a sedere porta il ritmo sussultorio delle buche da un livello hot a quello hard con un piacere i orgasmico da lasciar spossati. Fantasie o realtà? A piacer vostro.
La donna che corre in bicicletta è sempre vista come modello erotico così ben descritto dal film di Tinto Bras Monella nel quale la protagonista vola cantando in bicicletta lasciando le chiappe chiare al vento coperte solo da un perizoma, come una sorta di cazzeggiando in biciletta.
Insomma la bicicletta è un oggetto di piacere più che di trasporto perché paragonabile a quella di una galoppata in sella ad un cavallo. Nulla di male ma in Medio Oriente, Arabia Saudita in testa, è ancora considerata una diavoleria per le ragazze.
Nel film La Bicicletta Verde questa tematica è approfondita con il racconto delle peripezie di una ragazzina determinata a farsi comprare una bicicletta dalla mamma la quale invece gliela proibisce per non turbare gli abitanti del villaggio in cui la discriminazione dei sessi è ancora molto praticata.
La conquista è difficile ma la coraggiosa ragazzina riuscirà nell’intento di pedalar una bicicletta come i compagni maschi, dopo aver partecipato a una gara con quiz sul Corano per ottenere un Premio in soldi? Non potendo svelare il finale possiamo dire che al Festival di Venezia la
protagonista è sfilata sul red carpet con la famigerata bicicletta insieme alla “Sua mamma”  che ha portato una ventata di apertura  nel cinema Saudita sperando di poter fare tendenza perché come ha spiegato la regista a Dubai, Haifaa al Mansour, ci sono le nuove generazioni che sono proiettate in modo appassionato allo sviluppo del loro Paese scalpitando per far esplodere il loro potenziale supportato da tecnologia e cultura acquisita anche con l’informazione dei social-web,  Che dire? Speriamo che il film faccia storia e non cazzeggio da Facebook. Mi piace: Embè allora? Bisogna vedere se piace agli Emiri Sauditi.
Infatti se la regista è Saudita la produzione è tedesca che con questo film ha ottenuto sovvenzioni da Amnesty per la tematica donne sull’orlo di una crisi da velo..
Insomma un’operazione commercial-multicultural o  la solita storia sul filo del cazzeggio?

CAZZEGGIANDO CON YES WE CAN


                         Miral è un fiore raro che sboccia nel deserto dice l’autrice dell’omonimo romanzo dal quale è stato tratto il film Miral presentato a Venezia la scorsa stagione.
Nonostante le buone intenzioni, perché il tema riguardava la Striscia di Gaza e la buona volontà di pace di un gruppo di donne palestinesi che trovano nella cultura e nell’istruzione la strada per arrivare alla pace lasciandosi alle spalle i conflitti generazionali che hanno martoriato quel territorio, il film non è stato apprezzato per un dettaglio tecnico non trascurabile, quello della telecamera amatoriale portata in spalla con inquadrature traballanti che generavano ansia invece di infondere un senso di pace.
Interprete del film è la bellissima Freida Pinto l’attrice Bollywoodiana che ha spopolato con il Millionaire ed ora lanciatissima anche a Hollywood della quale comunque abbiamo ampiamente parlato in questa rubrica.
L’istruzione è dunque la strada maestra che porta al benessere e alla pace più di quanto non possa il battersi con impeto e passione in difesa dei propri diritti territoriali.
Messaggio anche questo non percepito perché la rivolta scoppiata in Tunisia è partita proprio da un giovane laureato costretto a fare l’ambulante abusivo che si è dato fuoco in segno di protesta accendendo così quella miccia che ha fatto esplodere il popolo dei poveri senza pane ed istruzione.
Rivolta poi portata a termine dai giovani studenti, una massa enorme di giovani laureati senza prospettiva di lavoro.
Insomma, ancora una volta nessuna verità perché il problema Medio Oriente è molto più complesso di quanto riusciamo a immaginare  e non possiamo illuderci che i fiori di Miral o di Jasmine possano essere artefici della pace e della democrazia.
Sono gli eroi e i martiri che segnano la rivoluzione di un Paese indipendentemente dall’istruzione ricevuta. La rivoluzione studentesca è come un drago che si morde la coda: prima si batte per il diritto allo studio,  mentre ora si batte per il diritto a una lavoro che manca pure agli analfabeti. Ma questa è un’altra storia.
La realtà è che sia la Tunisia che i Paesi Arabi sono stanchi delle dittature e vogliono la libertà. Purtroppo dietro a questi focolai c’è sempre un Ayatollah per mettere tutti in riga secondo gli insegnamenti del Corano.La storia potrebbe ripetersi come in Iran. Per la prima volta comunque alcuni Paesi sono uniti per la stessa causa Egitto, Tunisia, Algeria…e questo potrebbe essere un segno che gli Arabi stanno per  allearsi per diventare una forza. Cosa di cui non sembrano essere consapevoli ma che intuiscono a livello inconscio. Manca un Capo carismatico e se lo trovano difficile sarà frenare l’onda. Non ci sono più i Lawrence di una volta! Ci vuole uno del popolo, colto e intelligente, aperto verso il progresso e nel contempo attaccato alle sue radici musulmane. Non è il marito di Rania comunque: lei è vezzeggiata dal mondo ma è troppo fragile perché quando hanno fatto l’ultimo attentato in un Hotel della Giordania è corsa subito a mettersi il velo. E tanto meno lo poteva essere Bin Laden perché di fatto era un terrorista e perdippiù virtuale.
Ci vuole qualcuno che abbia la scintilla da infiammare gli animi di tutto il popolo arabo, Basta un’idea, come diceva Lawrence e quell’idea potrebbe essere…potrebbe essere…Yes We Can. Fantapolitica? Per ora chiamiamolo
 cazzeggio..

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