domenica 17 febbraio 2013

1- CON ROBIN HOOD TORNA IL GLADIATORE 2- E' A CANNES LA VERA FESTA DEL CINEMA


  1-    CON ROBIN HOOD TORNA IL GLADIATORE
“Fratelli, ciò che facciamo in vita rieccheggia nell’eternità…Serrate i ranghi. Seguitemi… Al mio segnale, scatenate l’inferno”.
Non si sa se queste immagini rieccheggeranno nell’eternità (la tecnologia non è ancora stata collaudata) ma nel nostro immaginario, sì: a tutt’oggi e per molti anni a venire.
Perché il Gladiatore ha affascinato intere platee tanto che alla fine della proiezione del film, nel 2000 alla Sala Multiplex di Parma, da poco inaugurata, gli spettatori hanno battuto le mani. Mai capitato prima di allora. L’apparizione di Russel Crowe nel ruolo del rude e combattivo Gladiatore aveva folgorato tutti. Finalmente un uomo integro e virile, che andava al di là della figura del maschio possente a taurino con i piedi ben piantati per terra, quella terra che raccoglieva per pulirsi le mani prima di combattere e uccidere. Onore e Gloria era il suo motto:
“Se vi troverete soli a cavalcare su verdi praterie col sole in faccia non preoccupatevi troppo, perché sarete nei campi Elisi, e sarete già morti.”
Gloria di cui coprirsi sui campi di battaglia, onore di cui investirsi nell’affrontare le ingiustizie della vita.
“Il tempo degli onori presto sarà finito per te, principe!.
Nessuno dimenticherà mai la freddezza e il ghigno con il quale il Gladiatore , togliendosi l’elmo, affrontava  Commodo il figlio dell’Impreatore  Marc’Aurelio il quale lo aveva deriso, umiliato e ferito, uccidendogli moglie e figlio.
“Io sono Massimo Decimo Generale di tutte le Legioni…” Massimo, Massimo, Massimo…urlava la folla insieme ai compagni di lotta. Perché lui, Russel Crowe, era il massimo raccogliendo consensi ed ovazioni fino ad arrivare all’Oscar.
E poi tanti altri film con i quali Russel Crowe sembrava volesse scrollarsi di dosso la corazza del Gladiatore, tanti erano diversificati i ruoli fino ad arrivare al quel Beautiful Mind dove interpretava uno scienziato nevrotico, a dimostrare le sue doti di grande attore, eclettico e geniale senza però mai surclassare il successo del personaggio Gladiatore perché troppo forte per essere diluito e incamerato con altri di minor spessore.
Ora  Russel Crowe torna sugli schermi, sempre sotto la regia di Ridley Scott (il cui sodalizio diversi film girati insieme, ultimo dei quali Nessuna Verità), nei panni di Robin Hood (che aprirà il Festival di Cannes) il mitico eroe delle saghe celitiche  che, dalla foresta di Sherwood in cui era nascosto, dirigeva le fila dei ribelli inscenando una battaglia personale contro lo sceriffo di Notthingam fedelissimo del principe Giovanni, aspirante usurpatore del trono di Riccardo Cuor di Leone, partito per le Crociate. Quel Riccardo figlio di Enrico II e prediletto dalla di lui consorte Eleonora d’Aquitania  la mitica Regina che ha ispirato l’amor cortese cantato nelle leggende dei Cavalieri della Tavola Rotonda, di Re Artù e Lancillotto.
Dopo tanti Robin Hood portati sullo schermo da divi Hollywoodiani in versione spiritosa e leggiadra (ultimo dei quali Kevin Kostner  che si dirige compiacendosi nel mostrarsi nudo in ammollo sotto una cascata col sedere nudo esposto alla bella vista di una turbata e vestitissima MaryAnne .
Una visione da fighetto sexy che il figo Russel Crowe (seppur dotato) siamo certi ci risparmierà, deliziandoci nell’ammirarlo fra selvagge cavalcate, assalti ai castelli e alle armate del Principe usurpatore, tirando frecce col suo arco. Questa volta non per morire, ma per vincere e riportare al trono il suo Re, con la stessa grinta e forza rude e maschia che aveva caratterizzato il Gladiatore: “Il tempo degli onori per te sarà finito, Principe”.

  
             2-      E' A CANNES LA FESTA DEL CINEMA
Tra poco aprirà il Festival di Cannes ormai  punto di riferimento per l’Europa. Dopo segue Berlino perché Venezia è troppo interessata alle produzioni Tv  ed il Festival di Roma non riesce a decollare perché disertato dagli attori internazionali.
Ad un recente Premio David Donatello trasmesso su Rai Uno, Stefania Sandrelli aveva letto una lettera di protesta perché lo Stato non sgancia più soldi per il cinema. I bei tempi con Walter Veltroni che aveva iniziato il suo mandato con la citazione “Che la forza sia con noi”, tratta da Guerre Stellari, sono finiti. Ma non la forza lavoro, perché a lavorar nel cinema piace a tanti.Troppi, ma tirano poco.
Perché il cinema italiano è spocchioso ancorato nel piccolo mondo di intellettualoidi che se la tirano compiacendosi nel raccontare storie condominiali, dalle intimiste e strappalacrime a quelle leggere ed inconsistenti. E’ pur vero che bisognerebbe difendere il proprio prodotto ma è anche vero che bisogna riconoscerne i difetti.
Il cinema italiano è afflitto da provincialismo: noi produciamo storie dice la Sandrelli. Sì ma sono troppe e quasi tutte uguali o di scarso interesse. Noi non ci fermeremo perché vogliamo continuare a raccontare le nostre storie: con i soldi di tasca propria, e col rischio di rimetterci, perché no? L’importante che tutta la serie di flop non abbia il marchio “E io pago” dello Stato.
Il cinema italiano bisogna prendere atto che non è più quello di una volta. Hanno successo, facendo il tutto esaurito, i cinepanettoni perché sotto le feste le famiglie vanno al cinema in massa, ma non sono certo film di qualità. Di film italiani d’autore e di qualità ce ne sono comunque, ma ci sono anche tante commediole sul genere delle fiction Tv cosicché sommate tutte insieme hanno saturato il mercato di storielle improvvisate e superficiali che crescono come funghi, perché girate in poche settimane e senza grandi sforzi. Se le fiction si guardano anche volentieri, sprofondati nelle poltrone di casa propria tra uno zapping e l’altro, difficilmente uno si scomoda per andarle a rIvedere riproposte al cinema con gli stessi attori che in Tv fanno gags spassose ed esilaranti, non risultando credibili come protagonisti e funzionando solo come macchiette negli spot. I numeri al botteghino comunque parlano da sé.

Un film importante ad aprire la rassegna a Cannes è stato il Robin Hood di Ridley Scott, molto atteso perché già ampiamente pubblicizzato per la presenza di Russel Crowe di cui riecheggia una citazione: “Resistere resistere…finchè gli agnelli non diventeranno leoni”. Questo è cinema: uno spettacolo che non bisognerebbe farsi assolutamente mancare, per il quale valga la pena spendere un biglietto. Produzioni in cui, se uno ha investito un euro se lo ritrova moltiplicato all’infinito, nell’eternità.
Detto questo, sembra giusto rivolgere l’attenzione alla protagonista femminile, Cate Blanchett in un ruolo come al solito molto rude e tosto: “Stanotte dormiremo insieme: io col mio pugnale. Se proverete a toccarmi vi taglierò…la virilità” zac! Così parla Lady Marion, asciutta e vigorosa mentre lui, Robin Hood, controbatte gentilmente con voce calda e avvolgente: “Vi ringrazio di avermi avvisato”. Ecco una coppia che fa scintille.
Cate Blanchet è un’attrice di classe che si è messa in luce con film in costume, della serie Elizabeth (molto più bello il primo del secondo) dove con la sua bellezza austera e algida ha saputo dare corpo a un personaggio autorevole come quello della Regina Elisabetta I. Prima di questi ha interpretato anche la fata dei ghiacci ne il Signore degli Anelli e ora è la volta di Robin Hood.
In realtà le miglior interpretazioni le ha date con i film in abiti moderni, come Il Curioso Caso di Benjamin Button o meglio ancora con Diario di uno Scandalo. In quest’ultimo film ha messo in risalto una femminilità molto dolce e sensuale dando una svolta sorprendente alla sua carriera, che sembrava destinata a ruoli sempre molto ruvidi e mascolini. Nel Diario di uno Scandalo colpisce per la particolare eleganza che traspare da un’informe cappotto scozzese che mette in luce quando indossa una camicetta di seta fluttuante e sexy. La stessa che sfila per sedurre un ragazzino con il quale si accoppia di nascosto mentre un’amica la spia morbosamente perché innamorata di lei. La scena di seduzione fra lei e il ragazzino è molto esplicita e molto credibile per la capacità dell’insegnante Cate di entrare in sintonia con il mondo e il linguaggio del ragazzino, tanto da sembrare tutto normale e naturale l’attrazione che scatta fra di loro. Attrazione fatale perché scombussolerà la vita di tutti.
Il film, di produzione inglese, è semplice e introspettivo della vita di una scuola con i problemi del quotidiano e relativi scandali. Un film che poteva benissimo essere girato anche da un autore italiano. Ora la domanda è: perché questo film ha fatto il giro del mondo?
Perché gli attori sanno recitare, provengono dal teatro e tutti, donne e ragazzini compresi, sono dotati di “due palle così”. Questa è la verità. Quello che manca al nostro cinema sono le palle. Se uno osa appena tirarle fuori… Zac! A regime! Cinepanettone e accoppiate col lucchetto.


                         

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